
Scenari Sahariani. Libia 1919-1943. La via italiana alla guerra nel deserto

Fra gli scenari in cui le forze armate italiane sono state impegnate, uno dei più ardui e particolari è senza dubbio il deserto libico, con cui il Regio Esercito si è dovuto confrontare a lungo, imparando a gestire un nemico che si avvaleva di tattiche fondate sulla sorpresa, sulla mobilità e sulla conoscenza del territorio. Dopo le false certezze nate dalla positiva conclusione del conflitto con la Turchia nel 1912, e la relativa semplicità con cui nel biennio seguente erano state raggiunte e occupate le principali località dell’interno, il riaccendersi della lotta all’inizio della Grande Guerra aveva condotto a un affrettato e disastroso ripiegamento sulla costa. Nel primo dopo guerra, l’adattamento all’ambiente si affiancò allo sviluppo di una dottrina di contro guerriglia e di controllo del territorio che, sfruttando il contributo dei reparti coloniali e con un supporto sempre più rilevante della Regia Aeronautica, riprendeva e innovava le soluzioni adottate dalle maggiori potenze nelle operazioni di “empire policing”. La componente aerea, impiegata per funzioni di ricognizione, collegamento e supporto di fuoco, divenne poi un elemento operativo fondamentale di quell’innovativo esperimento di integrazione interforze che fu il Battaglione Sahariano, purtroppo dissolto all’inizio del conflitto mondiale. Il sistema a presidio del Sahara Libico, pur rimanendo fondato sul binomio ali e motori, finì con l’essere limitato a compiti di controllo del territorio, e non riuscì mai a condurre azioni in profondità oltre le linee nemiche, come invece fecero il Long Range Desert Group e lo Special Air Service, a causa di una carenza di mentalità organizzativa e di crescenti mancanze di mezzi e risorse.